Nella prefazione del libro scrivo:

  

Più di una volta, mentre scrivevo le pagine che seguono, mi è capitato di dire e anche di pensare:- “Sto scrivendo l’autobiografia di Giuni Russo”. E poiché non era mia intenzione imitare Gertrude Stein- autrice amata da Giuni- mentre scriveva l’autobiografia di Alice B. Toklas, evidentemente si trattava di un lapsus. Un lapsus che però trova la sua giustificazione e origine nel fatto che in qualche momento la vita di Giuni l’ho davvero condivisa, e che in parte la conosco perché me l’ha raccontata lei stessa. Il resto mi è stato raccontato da Antonietta Sisini, che ne è venuta a conoscenza nel corso dei 35 anni vissuti al suo fianco, e che molte cose se le è fatte ripetere da Giuni negli ultimi tempi della sua malattia e ne ha preso nota perché non se ne perdesse la memoria.

In un certo senso questa è la storia della vita di Giuni Russo come l’avrebbe raccontata lei stessa.

Scrivere la biografia di una persona che si è conosciuta e a cui si è voluto bene comporta una buona dose di empatia e un forte coinvolgimento emotivo. E’ un’operazione ‘a caldo’, molto diversa da quella dello storico che ricostruisce la vita di un personaggio del passato attraverso freddi documenti d’archivio. Quando, molti anni fa, lavoravo alla biografia di Eleonora d’Arborea, eroina medievale dei sardi, non ho sentito lo stesso grado di vicinanza, e neppure quando ho raccolto le biografie delle giovani donne cubane a partire dal XIIX secolo in ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’.

Di Giuni ricordavo la risata, il tono di voce al telefono, il sapore dei cibi che cucinava, carciofi e patate che portava a casa mia ancora caldi sfrecciando per le strade di Milano su un motorino riparato col filo di ferro. La conoscevo come persona prima che come personaggio pubblico. C’erano aneddoti suoi che avevano a che fare con la mia famiglia. Le visite improvvise di Giuni e Antonietta a mia madre con la sorpresa di un cestino di fichi appena colti nelle campagne di Sorso. E sempre mia madre, novantenne, che aspettava Giuni e Antonietta a pranzo e reagiva al crollo di un soffitto da cui era miracolosamente uscita illesa guardando preoccupata il pentolino di besciamella che teneva in mano e chiedendo:-“ Ci saranno caduti dei calcinacci? Devo buttarla o posso usarla per le lasagne che piacciono tanto a Giuni?” Giuni sapeva essere particolarmente seducente con le vecchie signore.

Oppure le richieste di urgente soccorso automobilistico a mia sorella quando, lungo la strada dall’aeroporto di Alghero a Sassari la vecchia automobile di Giuni si fermava di botto, magari nel cuore della notte. O la lunga, oziosissima disputa un caldo pomeriggio d’agosto in un bar gallurese per decidere quale nome avrebbe dovuto scegliere ciascuna di noi al posto del nostro se mai ci fossimo fatte suore,

Gli aneddoti sulla nostra amicizia ‘tra sarde’- lei d’elezione- lunga una ventina d’anni potrebbero fornire materia per un romanzo di memorie. Ma non è questo lo scopo della presente biografia, che vuole essere il ritratto di un’artista.

Qui della vita privata di Giuni non racconterò se non quello che avrà ripercussioni sulla sua carriera di cantante, sulle sue scelte, sui suoi rifiuti, sui suoi successi e insuccessi, delusioni e trionfi.

Senza alcuna indulgenza per la curiosità pruriginosa dei pettegoli. Resterà deluso chi si aspetta di trovare del gossip o delle rivelazioni ‘scandalistiche’ nelle pagine seguenti. Giuni aveva un carattere impetuoso, era poco diplomatica, anzi diciamo che non sapeva essere ipocrita neppure quando l’ipocrisia sarebbe tornata a suo vantaggio. Si è scontrata con alcune persone, ‘importanti’ o meno, eccessivamente suscettibili e su di lei e sulla sua vita privata si sono fatti tanti pettegolezzi. Troppi, quando ciò che doveva -e deve- unicamente interessare agli estranei era ed è la sua arte o al massimo la sua figura pubblica di cantante.

Giuni è vissuta soltanto 53 anni, segnati fin dall’inizio dal dono ingombrante di una voce straordinaria, una delle più belle e potenti voci del Novecento. Quando le dicevano che aveva talento rispondeva che sì, aveva ‘un talento’; che l’aveva ricevuto per metterlo a frutto, come l’amministratore della parabola evangelica.

Si considerava un’artista e voleva essere trattata come tale, seriamente.

E’ con serietà e rispetto per la sua figura e per la sua memoria che ho messo insieme queste notizie e queste pagine.